
The Brutalist: perché guardarlo?
L’ultimo film del regista e attore statunitense Brady Corbet, classe 1988, è un’epopea come da molto tempo non se ne vedevano sul grande schermo. Vincitore dei Premi Oscar Miglior attore protagonista (Adrien Brody), Miglior colonna sonora originale (Daniel Blumberg) e Miglior fotografia (Lol Crawley) il film racconta di un viaggio dell’umanità in cui sono le linee brutaliste dell’architettura e della colonna sonora a definirne lo sviluppo.

Il film è stato prodotto in modo indipendente dal regista, che ha impiegato circa sei anni per raccogliere finanziamenti, arrivando alla fase produttiva con un budget di poco più di 6 milioni di dollari. Lo stesso Corbet ha dichiarato che la gestione meticolosa del budget ridotto è stato un fattore che ha, da un lato, rallentato notevolmente la realizzazione del film, ma, dall’altro, ha anche permesso a lui e al suo team maggiore libertà creativa.
Non fatevi spaventare dalle quasi quattro ore di durata del film e leggete tutto l’articolo per scoprire perché secondo noi The Brutalist è un film da non perdere.
La trama in breve (no spoiler)
La pellicola affronta tre decenni della vita dello stimato architetto ebreo ungherese László Tóth (Adrien Brody), che riuscendo a scampare ai campi di concentramento, dove invece risiedono la moglie Erzsébet (Felicity Jones) e la nipote, cerca rifugio da un suo cugino che vive negli Stati Uniti lavorando in un negozio di mobili. Ben presto, László trova commissioni architettoniche sempre più prestigiose dal milionario mecenate Harrison Lee Van Buren, per il quale inizia a lavorare, creando un rapporto in bilico tra ammirazione e subalternità.

La vita negli Stati Uniti si dimostra più difficile del previsto e anche quando László riesce a ricongiungersi con la moglie e la nipote, il suo dolore non si placa, ma trova ristoro nel rapporto ossessivo con il suo lavoro e nella dipendenza da alcol e sostanze stupefacenti. Soltanto negli anni Ottanta, alla fine di questa lunga e difficile risalita dagli inferi, l’architetto troverà reale pace e riconoscimento del suo operato artistico e della storia di dolore affrontato dalla sua famiglia ebrea.
Cos'è l'architettura brutalista e perché è importante
Senza addentrarci in una lezione di storia dell’architettura, è interessante avere una idea generale su cosa si intende per Brutalismo in arte e come mai ciò sia determinante per l’analisi del film.
L’architettura mondiale della prima metà del Novecento è stata rivoluzionata dallo svizzero Le Corbusier, il cui principale apporto all’architettura è stato quello di concepire spazi per l’uomo e costruiti a misura d’uomo. A differenza di correnti architettoniche fortemente decorative come, ad esempio, l’Art Nouveau di fine Ottocento, gli studi di Le Corbusier lavorano su forme più essenziali, su materiali robusti e funzionali fino ad allora poco valorizzati, come ad esempio il cemento, il béton brut, termine da cui negli anni Cinquanta deriverà poi la definizione inglese Brutalism.

La durezza del cemento a vista, che si colloca in modo forte ed inaspettato all’interno di contesti naturali come un parco sono metaforicamente simili ai contrasti emotivi vissuti dal protagonista. Il senso di colpa del privilegio vissuto per essersi salvato dai campi di concentramento, l’amore verso il proprio lavoro, l’umiliazione del razzismo, ma anche la difficoltà a recuperare il rapporto con la propria famiglia, sono solo alcune delle sfaccettature di László Tóth messe in luce dal regista. Proprio come le strutture brutaliste che lui crea con estrema precisione, anche lui come persona ha una delicatezza racchiusa da una scorza fredda e difficile da interpretare.
La colonna sonora che ha vinto l'Oscar
La colonna sonora di Daniel Blumberg trasmette perfettamente questa oscillazione tra dolcezza e austerità. Artista londinese di retaggio indie-rock, Blumberg musica The Brutalist con raffinatezza, oscillando tra fiati più aspri ed altisonanti e pianoforti invece dolci ed intimi, in cui le note jazz, fenomeno musicale degli Stati Uniti dell’epoca, accolgono i tormenti di László Tóth. Proprio il regista Brady Corbet e Daniel Blumberg hanno dichiarato che:
“Pensavamo a una colonna sonora senza nulla di ornamentale. Una che risultasse sia minimalista sia massimalista. Che rappresentasse il movimento, in un certo senso. E che fosse creata solo con strumenti dell’epoca.”

Un film antico, ma fatto da giovani (indipendenti)
È molto interessante (e forse passato fin troppo in sordina) notare come The Brutalist sia un film storico di quasi quattro ore, che attraversa i continenti per raccontare una storia individuale, familiare, artistica e politica, con un cast d’eccezione, ma realizzato da un team molto giovane. Il registra Brady Corbet è infatti del 1988, il compositore Daniel Blumberg del 1990, il direttore della fotografia Lol Crawley del 1974, il montatore Dávid Jancsó del 1982.
Un lavoro di gruppo maturo ed elegante, che dimostra quanto forte sia il fermento tra i giovani professionisti del cinema, spesso purtroppo non adeguatamente sostenuti sia a livello mediatico che economico e che anche per questo meritano, a maggior ragione, che noi del pubblico sosteniamo i loro progetti andandoli a vedere in sala.
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