
Una vita come tante e la letteratura problematica della realtà
Ma che cos’era la felicità se non un eccesso, una condizione impossibile da mantenere, in parte perché era un concetto troppo difficile da esprimere? Non ricordava di essere stato in grado, da bambino, di dare una definizione di felicità: c’erano solo tristezza, paura e l’assenza di entrambe, e quest’ultima era la sola cosa di cui avesse bisogno o desiderasse.
Una vita come tante, Hanya Yanagihara
Una vita come tante è un romanzo di Hanya Yanagihara, pubblicato in Italia nel 2015 da Sellerio. Sono passati quasi dieci anni dunque, eppure riaffiora periodicamente come una delle letture necessarie da fare, uno dei uno dei must read di questo secolo, con la promessa di alto coinvolgimento emotivo e la rappresentazione di tragedie di una vita normale – come tante, appunto – sviscerate per il piacere del lettore.
Incredibilmente, nonostante se ne possa affermare il diffuso successo, non rientra nella classifica di questo anno dei 100 libri migliori del ventunesimo secolo del New York Times, se non come consiglio per chi ha letto e apprezzato I grandi sognatori di Rebecca Makkai. Ma già al momento della prima pubblicazione del romanzo, la testata giornalistica era stata tra quelle che lo accolse in maniera più tiepida. A differenza di altre: The Guardian, nell’edizione del 2019 della classifica dei 100 migliori libri del ventunesimo secolo, lo aveva inserito, anche se per il rotto della cuffia.
Classifiche, critiche e numerosi premi a parte, perché a distanza di quasi una decade si continua a parlare di questo libro ciclicamente come una novità, qualcosa che riesce a smuovere fiumi di lacrime e grandi riflessioni personali? Quesito che al termine della lettura, continuo a pormi.

Una tragedia in sei atti: la trama di Una vita come tante
Una vita come tante affronta in “appena” 1100 pagine le vite di quattro amici: da quando si incontrano al college al loro diventare prima adulti, poi anziani. Li inseguiamo, come mosche sui muri, nella loro quotidianità, nei loro problemi, nelle loro luci e ombre. Jude, Willem, JB e Malcolm sono ragazzi dal passato profondamente differente: il modo in cui le loro famiglie li hanno cresciuti, la classe sociale di appartenenza, le zone di provenienza. Questo non impedisce loro di tessere una strettissima amicizia a quattro e mantenerla negli anni, vedendo ciascuno di loro affermarsi e poi eccellere nelle rispettive scelte di carriera. Dal cinema all’avvocatura, sono persone straordinarie, che si arricchiscono oltre qualsiasi loro immaginazione. La parabola della loro vita non può essere considerata normale o, riprendendo il titolo, come tante. Ma il venir meno di qualsiasi problema economico, in cui li vediamo soffocare nelle prime pagine del libro, permette di spostare l’attenzione sulle singole persone e sulle loro differenti sfaccettature.
Il carattere dei personaggi viene svelato attraverso flashback continui che si alternano agli avvenimenti attuali. La distinzione in sei parti del romanzo ci permette di scandire le diverse decadi di vita dei personaggi, che stiamo invadendo con la nostra presenza di lettori morbosamente curiosi. Curiosità che deriva dal fatto che i veri protagonisti del libro sono i non detti e i segreti, in particolare di Jude. La forza del romanzo è infatti il creare nel lettore una necessità di sapere, di scoprire, portare alla luce quelle che si presuppongono scioccanti rivelazioni. E quando la verità finalmente verrà a galla, ad un punto inoltrato della lettura, il sentimento di vergogna che si prova nella veemenza con il quale ci si è appassionati alla sua ricerca è pari in chi legge a quella di chi la scopre nel libro. L’evoluzione della storia crea aspettative nei confronti del frutto proibito che è sapere tutto dei personaggi: nessuno poteva immaginare quanto marcio fosse in realtà.
Una lettura problematica per la stessa target audience: rappresentatività e linguaggio
La lettura è, senza mezzi termini, difficile. Lo stile della prosa non è particolarmente elegante o descrittivo, ma nemmeno particolarmente ostico. Senza infamia e senza lode. Sembra quasi che attraverso la scelta stilistica di narrazione blanda, la scrittrice voglia passare in secondo piano: certo, stiamo leggendo un libro, ma il medium fisico che stiamo utilizzando per usufruire della storia sparisce di fronte alla narrazione della stessa. Un esperimento per permettere maggiore immersività? Una scelta, dunque, voluta? Forse, ma ostacolata nella sua riuscita dal mattone fisico che è il libro.
E, come se non bastasse, i temi affrontati sono molto pesanti, o trattati con poca sensibilità. Nella prima categoria rientrano, senza pretesa di essere elencati in ordine cronologico, una serie di trigger warning: violenza domestica, abuso sessuale, pedofilia, abuso su minori, autolesionismo, uso massiccio di droghe, disturbi alimentari, tentato suicidio e traumi infantili e psicologici. Nella seconda categoria rientra invece quello che, forse nella visione dell’autrice, doveva essere il cavallo di battaglia: il mondo LGBT. Il romanzo veniva inizialmente presentato come un libro incentrato sulle relazioni gay. Peccato che gli unici due personaggi dichiaratamente e apertamente gay sono profondamente problematici: uno è un narcisista, l’altro un abuser, violento e protetto dal sistema per tutta la sua permanenza nella storia. Tutti gli altri personaggi sono confusi, per essere gentili con la descrizione che ne viene data. E non perché si voglia rappresentare la difficoltà di un percorso di affermazione della propria sessualità. Per qualcuno essere gay è una rinuncia, per un altro è l’unico modo per tenersi stretto un rapporto fondamentale nonostante la propria asessualità.
Una vita come tante è un romanzo che è stato fortemente respinto dalla comunità queer in quanto rappresenta una versione tossica, distorta e malata di quelle che sono le relazioni LGBT. Anche il linguaggio utilizzato dai protagonisti per descrivere, ad esempio, delle amicizie lesbiche lascia a desiderare in quanto a toni utilizzati, sessualizzanti e fortemente stereotipizzanti. Il tema della transizione – in corso o “mancata” – è un argomento che si presta a diventare oggetto di scherno, una battuta che può essere fatta a spese di personaggi secondari. L’accoglienza del romanzo è stata dunque diversa dalle presupposte aspettative: quella che idealmente doveva essere la target audience dell’autrice ne è diventata la più feroce critica, e a ragion veduta.
Una narrazione di "normalità" problematica
Una vita come tante non è certo l’unico esponente di un fenomeno letterario che cerca di rappresentare la quotidianità, la normalità delle vite comuni. Far sentire viste tutte quelle persone che non pensano di essere fuori dall’ordinario, o rappresentare avvenimenti comuni a tutte le vite come il crescere e diventare adulti. Quando letto in un libro, il quotidiano diventa più romantico e astratto di quanto vissuto giornalmente.
Il tema della vita normale rappresenta tutti i lettori, ma in quanto tale non è sufficiente a soddisfarli. Se volessimo davvero interfacciarci solo con la quotidianità, guarderemmo le nostre vite e quelle delle persone che ci circondano. Ed è qui che si innesta l’elemento problematico di alcuni esponenti di questa corrente letteraria, tra cui Yanagihara. Dopo una breve parvenza di normalità dei propri personaggi, in cui il lettore si riesce a immedesimare e riflettere, vengono in qualche modo elevati a straordinari. Questo non stupisce: anche le fiabe iniziano da un contesto di normalità per poi trasmutarsi in avventure fantastico. L’elevazione del personaggio “normale” mantiene vivo l’interesse del lettore, che si rispecchia negli elementi che hanno condotto il protagonista del libro fino a quel punto. Un modo per veder rappresentata la normalità che conosciamo, creando comunque uno spazio in cui rifugiarsi per scappare dalla stessa.
La problematicità nasce quando questo mutamento viene effettuato tramite l’assegnazione di traumi vari – un tot al chilo, quasi: l’elenco della spesa di trigger warning sopra riportato, ad esempio, riguarda quasi del tutto un unico personaggio. Sono trattati temi incredibilmente delicati, e per alcuni lettori anche estremamente vicini, come se fossero i trope del #BookTook. La formula del “scegli una patologia mentale random e qualche trauma infantile da cui farla scaturire” è abusata, perpetuando nell’opinione pubblica una visione distorta di soggetti fragili. Questo per mantenere il livello di realismo della storia, senza sfociare nel magico o fantastico, giustificando sotto la bandiera della “rappresentatività” quelle che sono, a tutti gli effetti, violenze letterarie. Lo stesso discorso può riguardare aspetti psicologici quanto fisici: le disabilità, le malattie cronache, patologie utilizzate come “elementi di dramma” sono un’altra sfaccettatura di questa narrativa problematica.
La rappresentazione di personaggi vulnerabili deve avvenire in maniera sensibile, non con la componente di voyeurismo del dolore altrui che caratterizza oggi tanti romanzi. Che la risposta del lettore sia di trovarsi a piangere fiumi di lacrime quando lo scrittore, vedendo un suo personaggio già accasciato a terra, decide di continuare ad annientarlo fino alla fine del libro, è una manifestazione di empatia più che normale. Ma perché nascondere questa morbosità dietro il presupposto di raccontare delle vite normali? Perché esiste questa necessità di etichettare come “normali” storie che distorcono cosa vuol dire essere affetto da una patologia o avere dei profondi traumi, senza rispecchiare quella che è la verità di una vita del genere?
Un altro esempio di questa narrazione problematica della quotidianità è Persone Normali di Sally Rooney. Non basta che i personaggi abbiano caratteri difficili, devono essere subissati anche da problemi economici, di droga, disturbi alimentari e violenza domestica. Nessuno di questi temi affrontato davvero, semplicemente nominati e inseriti nella trama per andare ad aggravare ancora di più una situazione già di per se complessa. Scelti e inseriti nella trama come se fossero elementi qualsiasi, al pari di scegliere il colore di capelli e occhi di un personaggio. Eppure è un altro libro incredibilmente popolare: forse perché dalla narrazione distorta dei “problemi” di persone “apparentemente normali” il lettore ne esce rincuorato? Si sente rappresentato dalla trama tanto quanto riesce a distinguersi, in quanto “non messo così male”.
Le difficoltà di una narrazione rappresentativa: alcuni esempi
Non esiste un modo universalmente corretto di dare rappresentazione alla normalità, nelle sue zone di luce e ombra. Sicuramente però possono essere indicati alcuni esempi di come certi temi possono essere trattati, in maniera rappresentativa o quanto meno non offensiva e distorta.
Il primo titolo che voglio suggerire l’ho citato in apertura: I grandi sognatori di Rebecca Makkai. Non solo il focus è principalmente sulla comunità LGBT+, come Una vita come tante, ma il romanzo è ambientato in uno dei periodi più bui per la comunità, quello dell’epidemia di AIDS degli anni ’80 negli Stati Uniti. È un libro che non solo affronta le complessità del coming out in un’epoca non troppo remota, ma anche di come la diffusione dell’AIDS avesse creato un vero e proprio apartheid nei confronti delle persone omosessuali, una doppia discriminazione in quanto non conformi al sentito standard e malati. Vista come una punizione divina, si scatena la caccia all’untore. L’autrice ha evidentemente ricercato approfonditamente i temi di cui tratta, trattandosi di un romanzo quasi documentale per l’accuratezza delle descrizioni, e la risposta del target public è stata uniformemente positiva.
Una lettura più classica, che pure affronta temi complessi, è Noi, I ragazzi dello zoo di Berlino. È una biografia memorialistica, basata sulle ricerche nel mondo della droga e prostituzione dei giornalisti Kai Hermann e Horst Rieck. Un romanzo in cui dai problemi economici familiari derivano violenze fisiche e psicologiche, e la droga e il mondo notturno diventano luogo in cui fuggire da quello che dovrebbe essere un posto sicuro come “casa”. La dipendenza, i piccoli crimini, la prostituzione, sono stati fotografati e riportati nella loro interezza, presentando un quadro crudo e vero di uno dei lati più oscuri e condannati della società. Rappresentazione, infatti, non significa dover indorare la pillola del lettore per avvicinarlo ai temi, quanto essere onesti su quella che è la realtà dei fatti.
Sul tema della dipendenza, segnalo e rimando alla recensione di La casa degli sguardi di Daniele Mencarelli, un’autobiografia dove lo stesso scrittore presenta al lettore le difficoltà del proprio percorso, senza spettacolarizzarle. E sempre dello stesso autore, premiato con lo Strega giovani del 2020, viene offerta un’altra finestra sulla vita di Daniele in Tutto chiede salvezza. A seguito di un trattamento sanitario obbligatorio (TSO) per una crisi di rabbia, viene affrontato in prima persona il tema dei disturbi mentali, e di come essi impattano sulla vita, riuscendo comunque a portare alla luce la dignità di chi sopravvive ai margini della società.
Un esempio solo in parte calzante di come trattare le malattie mentali è Follia di McGrath. Il tema, e nel caso di specie la schizofrenia, è di difficile rappresentazione. Ancora più complesso è riuscire a separare la patologia dalla narrazione dell’uomo pazzo, criminale perché disturbato, e superare la retorica che connette le malattie mentali ai personaggi alla Dr. Jekyll e Mr. Hide. A tratti McGrath ci riesce, a tratti scivola nella romanticizzazione del disturbo, la mistificazione della malattia come qualcosa che possiede lo spirito dell’uomo.
Ancora, Eleanor Oliphant sta benissimo di Gail Honeyman, è un libro in cui i traumi infantili e le malattie mentali sono strettamente connessi, e vengono rappresentati senza creare un personaggio “macchietta”, mostrando un possibile percorso psicologico intrapreso dalla protagonista per modificare la propria situazione attuale.
Un romanzo di formazione che ha come protagonisti quattro adolescenti in un ospedale è Un amore da morire – I fell in love with hope di Lancali. Le patologie trattate con delicatezza ma parte integrante, a volte assolutista, della vita dei ragazzi sono la loro realtà, l’ospedale il loro parco giochi, i loro corpi a volte vissuti come nemici, altre volte come tesori inestimabili, quello che Bianca come il latte, Rossa come il sangue avrebbe voluto essere.
Insomma, narrare la normalità non conforme in maniera rappresentativa e inclusiva è possibile, senza scivolare negli elementi di problematicità che affliggono molti romanzi che tentano di muoversi in questa direzione.