
Flow – Un mondo da salvare: una parabola ambientale
Per portare un film sotto i riflettori dei premi Oscar è necessario che la produzione disponga di un ampissimo budget, giusto? Quasi sempre è così, ma molti film durante la storia della premiazione più famosa del cinema si sono rivelate delle sorprendenti eccezioni. Uno tra loro è Flow – Un mondo da salvare, il film d’animazione lettone candidato nelle categorie Miglior Film Internazionale e Miglior Film d’Animazione agli Oscar 2025, vincendo quest’ultima statuetta contro giganti come Inside Out 2 e Il Robot Selvaggio.

La sorprendete produzione di Flow - Un mondo da salvare
Flow è un film d’animazione capace di sorprendere sotto ogni punto di vista. Dalla rivista Wired è stato definito un “gioiello a basso budget”, nato dall’idea del regista lettone, pressoché sconosciuto, Gints Zilbalodis. L’animazione è tra i settori più costosi dell’intrattenimento, prevedendo spessissimo team di lavoro molto estesi e costi di produzione altissimi, specialmente quando i film vengono realizzati in computer grafica. Ma non Flow, un esperimento che racchiude tutto il suo potenziale in una scrittura di ferro e nella scelta di realizzarlo tramite il software open source Blender.

Lo stile di Flow è la prima cosa a sorprenderci e disorientarci: siamo abituati, infatti, ad osservare questa estetica digitale “grezza” in prodotti appartenenti al vasto mondo dei videogiochi, ma non al cinema, dove i film d’animazione – soprattutto quando sono titoli che concorrono agli Oscar – vengono lodati proprio per la spettacolarità delle animazioni, per la cura del dettaglio e per i virtuosismi sempre più eclatanti che ormai caratterizzano largamente l’animazione (pensiamo a titoli come Il Robot Selvaggio, Il Gatto con gli stivali 2, Spider-Man: Into the Spider-verse o a serie animate come Blue Eye Samurai). Flow invece sceglie la strada di un’estetica quasi estraniante, scarna, che ci riconnette alla purezza della narrazione, dimostrandoci che il modo migliore, a volte, per raggiungere il cuore del pubblico è proprio la semplicità.
Il primo livello: una fiaba sull'amicizia e sulla solidarietà
Il film inizia mostrandoci le peripezie di un gatto nero che, in una natura priva di esseri umani, si arrabatta cacciando e nascondendosi da un gruppo di cani pronti a fargli la pelle. Il nostro protagonista a quattro zampe ha una routine, che termina sempre su un comodo letto in una casa abbandonata, finché la sua esistenza non subisce uno scossone: il territorio in cui vive viene coperto da un’inondazione. Accorgendosi che l’acqua non smette di salire, il gatto salta a bordo di una barca su cui poltrisce un capibara. Inizia per il nostro protagonista una vera e propria Odissea e a lui, nel corso del film, si uniranno un lemure, un labrador e un grande uccello bianco simile a un airone.

Il viaggio compiuto da questi cinque animali si traduce in una vera e propria epopea senza meta, durante la quale i personaggi dovranno superare mille pericoli nella vastità d’acqua che sembra aver ricoperto l’intero Pianeta. Al centro della narrazione, che si svolge interamente senza linee di dialogo (gli animali protagonisti del film non sono animali alla Zootropolis, ma veri e propri animali, che si comportano di conseguenza alla specie a cui appartengono), si andrà presto delineando il tema della solidarietà interspecie: pur appartenendo a specie diverse, gli animali riescono a comunicare e a creare dei legami forti, tanto da arrivare a difendersi e ad aiutarsi a vicenda contro la spietata pericolosità di un viaggio in una natura straniante e completamente nuova.

La scelta di non servirsi del linguaggio umano rende Flow un film ancora più impattante: il coinvolgimento emotivo è totale, perché emerge con forza l’essenzialità della natura e i suoi complessi equilibri, che spesso l’essere umano tende a dimenticare. La nostra costante tendenza ad umanizzare il regno animale ci allontana dalla sua bellezza più profonda, per noi difficile da comprendere, ma meravigliosa nelle sue meccaniche estranee. Flow stringe il cuore di chi lo guarda in una morsa e durante l’intera visione è impossibile non angosciarsi per l’ignoto destino di questo gruppo inaspettato: non siamo negli studi della Disney, dove i film d’animazione tendono ad edulcorare moltissimi temi e dove i personaggi hanno solo delle simpatiche sembianze zoomorfe. Flow ci ricorda della brutalità della natura, della sua dolorosa imparzialità, ma anche di quella sensibilità particolare, così diversa dalla nostra, che caratterizza invece l’intero mondo animale. Una sensibilità fatta di movenze e linguaggi che, anche se non ci appartengono, non possiamo più permetterci di ignorare.
Il secondo livello: la catastrofe ambientale
Anche se non ce lo dice con le parole, Flow comunica in ogni scena la sua fortissima tematica ambientale. Ciò che fa partire la narrazione del film è proprio un disastro naturale di cui non conosciamo né la causa né riusciamo ad ipotizzarne la risoluzione: il mondo viene man mano inghiottito da questa immensa distesa d’acqua, sotto la cui superficie iniziano a nuotare enormi cetacei preistorici. Il film ci suggerisce che l’era dell’Uomo sulla Terra è finita da un pezzo. Tracce umane si riscontrano solo nella casetta abbandonata in cui il gatto sonnecchia, nelle grandi sculture di pietra antropomorfe che ogni tanto emergono dal pelo dell’acqua e dalle rovine di antiche civiltà arroccate sulle montagne. All’essere umano viene tolta la parola perché possano essere gli animali ad impadronirsene, così da poterci raccontare una storia che è solo loro e che noi abbiamo il disperato bisogno di ascoltare.

Flow è un film che grida in faccia al pubblico quanto sia miope e stupida la credenza che la Terra appartenga agli esseri umani e che sia nostro diritto farne ciò che vogliamo: inquinarla, soffocarla, trapanarla, deturparla, divorarla. Ormai i nostri telegiornali sono costantemente inondati da notizie di disastri naturali causati dal cambiamento climatico, eppure al contempo mandano in onda discorsi di politici e “capi del Mondo” che ripudiano le affermazioni degli ambientalisti, smentiscono senza prove i dati degli scienziati che si occupano di clima e sputano sulle iniziative green che solo timidamente cercano di prendere piede nei paesi cosiddetti “evoluti”. E intanto la Terra brucia, si inonda, si scioglie. E con lei gli unici abitanti che non hanno colpa: tutti gli animali, eccetto l’essere umano.
Flow ci racconta delle conseguenze dei disastri ambientali proprio dal punto di vista di quell’unica parte del regno animale che non ha scelto di immettere gas nell’atmosfera; che non ha scelto di ingerire microplastiche; che non ha scelto di trivellare i fondali marini; che non ha scelto di seppellire rifiuti tossici; che non ha scelto di chiudere altri animali in mattatoi a dieci piani. Perché se tutto questo accade è perché noi abbiamo scelto consapevolmente di farlo. E, nonostante gli avvertimenti, le catastrofi e la morte, continuiamo a sceglierlo.
La necessità di storie come quella di Flow - Un mondo da salvare
Questo film d’animazione, esplicitamente, non ci chiede niente. Non può farlo, perché nessuno degli animali presenti su quella nuova Arca di Noè che non ha bisogno di alcun Noè ha parole per farlo. Anzi, gli animali protagonisti di Flow probabilmente un essere umano non l’hanno neanche mai visto. Eppure un appello esplicito c’è e lo troviamo nel sottotitolo: Un mondo da salvare.
In Flow non assistiamo ad un vero e proprio viaggio dell’eroe, che si conclude con la sconfitta del “cattivo“, visto che il genere umano è già stato sconfitto da una qualche precedente apocalisse climatica. Perciò quel sottotitolo è rivolto esclusivamente a noi e, dopo aver guardato il film, emerge come un grido disperato, un imperativo che continuiamo ad ignorare, un monito che si fa strada nei nostri schermi attraverso una storia che non ha nulla di umano ma che ci riguarda molto da vicino.
Il commento di una gattara incallita
Guardare Flow è stato, per me, come ricevere un pugno nello stomaco. Ho vissuto questo film come un’esperienza totalizzante, che mi ha inchiodata allo schermo senza che potessi abbandonare la storia neanche per un secondo. Da timida animalista e antispecista, mi sono ritrovata a domandarmi quanto spesso sottovalutiamo le conseguenze che le nostre azioni hanno sugli animali. Quando si parla di crisi ambientale tendiamo sempre a porre al centro noi, la nostra specie: come possiamo salvare l’umanità? Quali sono le ripercussioni sull’essere umano? Come evolverà il nostro quotidiano se non riusciremo a cambiare le cose? Una retorica egoriferita totalizzante che lascia fuori tutto il resto. Flow mette al centro proprio quel “tutto il resto”, dando finalmente voce a coloro che non ci prendiamo mai la briga di considerare e zittendo il carnefice, che invece di parole da spendere ne ha anche troppe. Peccato che la maggior parte delle volte portino solo all’ennesima strage.

Flow non è un film d’animazione che vi darà conforto. Non è un film d’animazione che vi intenerirà perché “Awww, ci sono un sacco di animaletti carini!”. Non è un film che trasmette speranza, né che rende facile l’identificazione. Non vuole farci identificare con i protagonisti, ma con quelle statue sepolte, con quelle civiltà diroccate, con quella casetta disabitata: luoghi e simboli che le nostre scelte hanno reso rovine, adatte solo per essere riconquistate da una Natura che abbiamo solo l’illusione e la presunzione di considerare “addomesticata” e che, se non ci ricordiamo di rispettare e preservare, prima o poi ci darà il ben servito.