
Io che non ho conosciuto gli uomini: una distopia spietata
Ci sono libri di cui è molto difficile parlare perché nascondono poteri ancestrali: ti attanagliano con artigli di ferro e dopo la lettura non puoi fare altro che fissare il soffitto come in preda a un’allucinazione. Questo a grandi linee è come mi ha fatto sentire Io che non ho conosciuto gli uomini di Jacqueline Harpaman, romanzo distopico del 1993 ripescato dall’oblio e finalmente portato agli onori del pubblico italiano da Blackie Edizioni.
Un fenomeno di Booktok!
A dimostrazione del fatto che sui social non hanno successo solo le letture leggere e d’evasione, è stato proprio grazie al web che il mondo – con buona pace dei detrattori digitali – ha potuto riscoprire questo classico contemporaneo della distopia: Io che non ho conosciuto gli uomini è riemerso dall’abisso dell’anonimato in cui, per ragioni misteriose, era sprofondato, e il merito è tutto del #BookTok che, quando vuole, fa miracoli nel ripescare titoli ingiustamente dimenticati!
La trama di Io che non ho conosciuto gli uomini
In un bunker sotterraneo, trentanove donne sono tenute in isolamento in una cella. Sorvegliate da violente guardie, non hanno alcuna memoria di come sono arrivate lì, nessuna nozione del tempo, solo un vago ricordo delle loro vite precedenti. Mentre il ronzio della luce elettrica fonde il giorno con la notte e gli anni passano, una ragazza – la quarantesima prigioniera – siede sola ed emarginata in un angolo. Questa misteriosa ragazza che non ha conosciuto gli uomini sarà la chiave per la fuga e la sopravvivenza delle altre nel mondo desolato che le attende in superficie.
Fonte: Blackie Edizioni
La Piccola: protagonista dall'umanità perduta
Per parecchio tempo le giornate si sono svolte in modo simile, poi ho cominciato a pensare e tutto è cambiato. […] La mia memoria inizia con la mia rabbia.
Io che non ho conosciuto gli uomini, Jaqueline Harpan
Scrivere una distopia originale oggi è difficile: la storia della letteratura ci ha dato capolavori che, da 1984 a Battle Royale, hanno contribuito a portare su un nuovo livello la speculative-fiction. Speculare sul futuro dell’umanità è sempre stato un passatempo allettante per gli autori e le autrici che conoscono l’importanza dell’analisi critica dei cambiamenti della società odierna e Jaqueline Harpman ha provato a dare il suo contributo a questa grande sezione di letteratura con un romanzo la cui prosa asciutta fa a pugni con la densità del contenuto.

C’è da dire, comunque, che il gioiello più prezioso di questo romanzo è costituito dalla sua protagonista: la Piccola. Una protagonista arida che ci narra la sua storia crudele con precisione asettica, avvalendosi della prospettiva tipica di una persona che non ha idea di cosa sia l’amore ed è ignara di tutto ciò che abita oltre le sbarre della sua cella. Io che non ho conosciuto gli uomini ha il coraggio spietato di mostrare l’aridità di un mondo distrutto senza indorare la pillola, bensì colpendoci con la realtà così com’è, grazie agli occhi di colei che più di tutte la percepisce.
Da quando non esco quasi più passo molto tempo in una delle poltrone, a rileggere i libri. Ho scoperto l’interesse per le prefazioni solo di recente. Lì gli autori parlano volentieri di sé, e spiegano per quali ragioni hanno redatto l’opera.
Io che non ho conosciuto gli uomini, Jaqueline Harpan
La Piccola, cresciuta in cattività fin dall’infanzia, è più una creatura ibrida che un normale essere umano: questa giovane donna vispa, dagli occhi fissi e i rumorosi battiti del cuore, sarà la nostra guida nel conoscere le vite delle quaranta donne imprigionate e, mano a mano che crescerà, vedremo crescere di pari passo anche la sua curiosità verso il mondo che le sue compagne sembrano così tanto rimpiangere. La curiosità della Piccola è prepotente e irriverente, quella tipica dei bambini che chiedono senza sosta “perché?”, ma non appena il sapere le viene negato si trasforma in rabbia e sarà quella l’emozione primaria che la guiderà nella sua ricerca di risposte. La Piccola scopre che dentro di sé scorre il fuoco liquido del desiderio: il carburante che le permetterà di affrontare le sfide di mondo distrutto. Farà del suo cuore il motore di una vera e propria rivoluzione.
Una storia universale
Quando sento dire che i libri scritti da donne non riescono ad essere universali, a differenza di quelli scritti da uomini, non posso fare altro che rilassare il volto in un sorriso di pietà verso l’individuo – solitamente uomo – che ha avuto l’ardire di rivolgermi tale affermazione. Anche in questo senso il romanzo di Harpman ha un ulteriore merito: Io che non ho conosciuto gli uomini frantuma gli insulsi stereotipi ed è capace di parlare in maniera efficace a chiunque, a prescindere dal genere. Il romanzo tratta temi come la solitudine, il lutto, il senso di comunità e il vero significato dell’essere “umani” in maniera davvero esplicita. Harpman dimostra di essere una narratrice spietata almeno quanto la storia che racconta, eppure niente risulta mai troppo crudo o fuori luogo. Harpman è una narratrice spietata almeno quanto la storia che racconta, eppure niente risulta mai troppo crudo o fuori luogo. C’è rispetto nel suo parlare della morte e del dolore, e riverenza verso il coltello che, prima o poi, penetra l’addome di tutte (e tutti).
Avevamo tutte in comune la stessa tragedia, è vero, così devastante, così totale che ero insensibile a tutto ciò che le fosse estraneo, ma ero arrivata alla conclusione di essere diversa. E in quel momento, in preda ai singhiozzi, sono stata costretta, troppo tardi, veramente troppo tardi, a rendermi conto che anch’io avevo amata, che ero in grado di soffrire e che, insomma, ero umana.
Io che non ho conosciuto gli uomini, Jaqueline Harpan
La scelta di Harpman di prevedere nel suo cast esclusivamente donne ci permette di approcciare un genere come questo da una prospettiva innovativa: Harpman rende le sue protagoniste specchio della femminilità in tutte le sue infinite sfumature e senza dare più valore all’una o all’altra a seconda dei traguardi raggiunti nella società oramai collassata. Il significato è semplice: nell’Apocalisse nessuna di noi è migliore delle altre, siamo tutte sulla stessa barca e per la nostra salvezza conviene che iniziamo a remare.
Io che non ho conosciuto gli uomini: un classico del futuro
Io che non ho conosciuto gli uomini non è il distopico migliore che sia mai stato scritto, ma si tratta comunque di un romanzo innovativo per molti aspetti: a partire dallo sguardo femminile con cui sceglie di guardare ad una possibile apocalisse e per finire con la scelta stilistica di rappresentare una distopia crudele in cui non si scorge neanche il più piccolo barlume di speranza. Ci vuole coraggio per scrivere una tragedia esistenziale e, a giudicare da questo romanzo, il coraggio è una qualità di cui Jacqueline Harpman è abbondantemente provvista.